Rivoli - C'era una volta un Re,

una storia da vivere a quattro passi da Torino

 

 

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Il Re torna e se ne va


 Galleria  Fotografica
 09-Sett. 2001

Ogni anno, in settembre, a Rivoli, si rievoca, in uno spettacolare quadro storico, l'abdicazione di Vittorio Amedeo II di Savoia che nel 1730 annunciò alla Corte di lasciare il trono in favore del figlio Carlo Emanuele III L'appuntamento è a Rivoli.  Un revival d'epoca dal titolo suggestivo, “C'era una volta un re”. La rievocazione storica si è aggiunta ormai da tempo ai richiami di molti centri turistici, ma i livelli d'interesse sono sempre diversi, conseguentemente alla quantità e alla qualità dell'offerta, come dire scenari, costumi, spettacoli, gioco, ghiottoneria, fantasia, senso dell'avvenimento, e soprattutto serietà nella ricerca e nella ricostruzione.

 Da questo punto di vista, Rivoli può richiamare, quest'anno, anche più dei trentamila turisti contati l'anno scorso, premiando le fatiche del Comitato promotore e delle diciannove commissioni tecniche a cui è affidata la prodigiosa riedizione del borgo come era mercoledì 3 settembre del 1730, quando il re Vittorio Amedeo II di Savoia annunciò davanti alla Corte riunita nel castello di Rivoli di aver abdicato in favore del figlio Carlo Emanuele III e si indissero le feste in onore del nuovo sovrano. Si comincerà dunque dalla Casa reale e dalla Corte sabauda che aveva Rivoli come castello di delizia, ma stabilmente risiedeva a Torino.

 La commissione storica ne ha studiato la composizione - trecento privilegiati su tremila sudditi - l'abbigliamento (subito tradotto in cartamodelli per le sartorie) e le abitudini segnalate alle compagnie teatrali come traccia per la rievocazione. L'esempio viene sempre da Versailles, per quanto in tono minore. Anche nel castello di Rivoli, ad esempio, la giornata comincia con la levée e si chiude con le coucher du Roi, ma il rituale è più sobrio: danno il buongiorno al sovrano appena sveglio soltanto i tre che gli hanno dato la buona notte, il ciambellano, un gentiluomo di Corte e, per la vestizione, il guardarobiere.

 Il divertimento tradizionale di tutti i sovrani e soprattutto dei Savoia è la caccia: al termine delle battuta una parte della selvaggina è data alle mense dei poveri. Al castello si mangia bene ma non moltissimo: quasi sempre le portate sono solo due (carne e pesce di fiume) anche se con diversi contorni e servite su piatti d'argento. I vini piemontesi e francesi sono invece diversi e prestigiosi, come vuole il re che tuttavia beve per ultimo, dopo gli altri commensali: evidentemente nessuno, a questo punto, potrebbe avvelenarlo.

 Gli uomini indossano la velada, sorta di giacca a tre quarti in broccato sul lungo gilet e sui pantaloni di raso stretti al ginocchio, calze lunghe di cotone, scarpette di vernice, jabot e pizzi spumeggianti; le donne, comunque scollatissime, portano gonne rigonfie (ma soltanto sui fianchi) e scarpine di raso con tacco a rocchetto e pietre dure di vari colori. Il popolano ha corte brache di ruvido panno, un camiciotto e un mantello con cappuccio, mentre la popolana ha un corpetto - da arricchire con due maniche solo nelle grandi occasioni - e un grembiule annodato (ma spesso direttamente cucito) sulla gonna. Le scarpe sono di panno o semplici zoccoli di legno.

 Con altrettanta cura filologica ogni commissione ha ricostruito la fatidica giornata in ogni altro dettaglio. Così la salvaguardia dell'ordine pubblico è ancora affidata al Reggimento dei Dragoni Rossi costituito nel 1683 e sopravvissuto fino ad oggi come IV Reggimento di linea Genova Cavalleria, di stanza a Palmanova: le splendide uniformi, l'armamento, l'addestramento, tutto riproduce esattamente l'originale dell'epoca con straordinario effetto di suggestione. Meno spettacolare ma altrettanto interessante si definisce il lavoro della Commissione scuola che rappresenta il mondo dei bambini di quell'anno 1730 nei due momenti dell'apprendimento e del gioco. Segue pag. 2

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