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Parrocchia di San Martino

crocifisso san martino.jpg (75979 byte)Il trasferimento della chiesa parrocchiale di San Martino ai Campi nell'attuale localizzazione, in prossimità dell'area collinare, che la storiografia recente, in gran parte dipendente dalla Relazione del sacerdote Sassi, data all'inizio del XIII secolo, sembra confermabile sulla base dei pur tenui indizi monumentali che consentono di riferire approssimativamente a quel monumento le superstiti strutture di base del campanile. Non è, però, accertabile se il cambiamento di sede si avvalesse di un edificio preesistente, anche se pare certo che l'area fosse già oggetto di plurisecolari insediamenti, se si tiene conto che non mancano ricordi legati a reperti di età romana. Ancora il campanile ci aiuta a rintracciare un secondo momento, databile oltre la metà del XIV secolo e corrispondente ai piani intermedi della costruzione, completata solo nel  1808 con l'attuale cella campanaria; le memorie paiono avvalorare questa indicazione, poiché riportano la notizia di un intervento di riedificazione e di ampliamento della primitiva cappella, a cura del priore Andrea Comba. Non sappiamo, però, nulla di questa fase di ricostruzione, né di eventuali successivi interventi di restauro o di ampliamento: nel 1584 non doveva essere in buone condizioni, nel 1610 monsignor Broglia ne operava la permuta con la parrocchiale di Cavoretto, sulla collina torinese, dipendente dall'abbazia di Rivalta; solo nel 1763 si provvede ad un nuova sacrestia, quando già l'edificio versa in cattive condizioni. In questi anni (1773) è dotato di una decina di altari tra i quali vanno ricordati, oltre l'altare maggiore, quelli di San Giovanni Nepomuceno, di Santa Lucia e di Santa Teresa, a destra, di San Giuseppe e di Gesù Crocifisso a sinistra. La dedizione del nuovo priore, Giacomo Sassi, risulta premiata a partire dal 1786, data in cui hanno luogo le prime opere di rifacimento, quando cioè, in seguito a ripetute istanze, scartato il progetto predisposto dall'architetto Bonvicino, l'ufficio dell'Economato Generale di Stato gli preferisce il disegno dell'architetto Giacomo Maria Contini. In realtà, sottolinea il Casalis, la responsabilità della progettazione della chiesa spetta al giovane collaboratore del Contini, il "soprastante" Menafoglio, cui si deve una non indifferente sensibilità nei confronti delle novità, che lo inducono, come commenta Mallè, a soluzioni pregevoli contrassegnate da un "anticipo di gusto impero". 
L'appassionato coinvolgimento nell'impresa della popolazione e delle famiglie più influenti del borgo favorisce la conclusione dei lavori nel 1788 e la nuova chiesa risulta composta di quattro altari laterali, oltre all'altare maggiore dedicato al santo titolare: quelli della Consolata e dell'Annunciazione a sinistra, gli altri del Crocifisso e di San Giovanni Nepomuceno a destra. L'esterno dalla pura essenzialità del cotto e delle rare modanature contrasta con il sapiente repertorio delle strutture e decorazioni interne tutte contenute in un articolatissimo gioco di alternanze del modulo lineare retto e curvilineo. L'asse principale, ingresso-coro, sottolinea la ritmica frammentazione in pianta del fluire delle pareti laterali verso l'altare maggiore, scandita dalla discesa di fasce di lesene modanate ad angolo retto in corrispondenza dei pilastri emergenti dalle cavità delle cappelle laterali. In alto, all'imposta delle volte che piegano in curvatura i motivi sottostanti, un'ampia fascia orizzontale, articolata in minute cornici, lega tutto l'invaso della chiesa raccordandosi al fondo con il timpano che sovrasta l'incorniciatura dell'icona maggiore. La veduta interna laterale completa la precedente creando un percorso perpendicolare, alternativo e minore, centrato da un vano luminoso a volume parallelepipedo, delimitato sulla fronte dal motivo delle colonne e dell'architrave e simmetricamente commentato ai lati dalle cavità più scure e voltate ad arco delle cappelle secondarie. Al primo altare a sinistra incontriamo sia la pala dell'Annunciata che la Relazione di Giacomo Sassi data al 1790; nel secondo spazio, alla parete sinistra una  Vergine Immacolata ed Angeli del 1868 di Francesco Gonin; nella successiva cappella si conservano due interessantissime statue di primo settecento, Santa Lucia e Sant'Agnese, quasi certamente appartenenti agli arredi della precedente chiesa. L'area presbiteriale è dominata dall'altare maggiore proveniente dalla chiesa certosina di San Massimo e San Lorenzo di Collegno: la complessa macchina d'altare settecentesca, collocata qui nel 1806, ricca di intarsi marmorei policromi, applicazioni in bronzo dorato e sculture in marmo bianco, per essere valutata compiutamente va idealmente ricollegata al suo ambiente di origine, accanto alle numerose opere di Stefano Maria Clemente di cui il tempio collegnese è un vero e proprio museo.
Dietro all'altare, sopra l'elegante coro ligneo intarsiato si eleva l'icona di San Martino; il santo rappresentato entro un trionfo di angeli, si innalza nel cielo di un paesaggio valsusino entro cui spicca una veduta di Rivoli con il suo castello.
L'opera fu dipinta da Gerolamo Gherzi nel 1697 e apparteneva alla vecchia chiesa, come accade anche per il portale, datato 1734.

santa lucia san martino.jpg (81983 byte)Per la sacrestia, forse già eretta precedentemente alla ricostruzione della chiesa, il successore di Giacomo Sassi, il priore Stefano Alisio di Cavour,
parroco dal 1810 al 1846, commissionò allo scultore torinese Francesco Bolgè una compostissima armadiatura in noce, che venne eseguita tra il 1820 e il 1825.
Il lato destro della navata conserva al primo altare, rientrando in chiesa dalla sacrestia, un gruppo di primo settecento con il Crocifisso, la Madonna e San Giovanni; troviamo quindi anche un Riposo in Egitto, che il Bartoli attribuisce al pittore beaumontiano Mattia Franceschini insieme alla tela che fa da icona all'altro altare, intitolato a San Giovanni Nepomuceno; di una terza tela, sempre riferita a Franceschini, con Santa Teresa, probabile icona dell'omonimo altare ricordato nel 1773, non c'è più traccia.
Dalla parrocchia di San Martino dipesero a lungo anche le cappelle della concezione della Vergine di Corbiglia e la Madonna delle Grazie della borgata Tetti Neirotti; in quest'ultima, in particolare, continua a dimensione quasi familiare il culto del beato demenicano Antonio Neirotti. La chiesetta ottocentesca è il risultato di numerosi rimaneggiamenti attorno al pilone della Madonna delle Grazie, su cui compare un affresco di probabile iconografia cinquecentesca, ora poco leggibile qer le estese ridipinture; alla parete sinistra
una tela centinata settecentesca rappresenta una Madonna con Bambino ai cui piedi è raffigurata la Scena della lapidazione del Beato Antonio; forse l'opera,  concepita come icona d'altare, è da porre in relazione all'evento della beatificazione che data al 1767 e potrebbe provenire dalla Collegiata alta dopo il rifacimento della cappiilla nel 1867. Dal distretto parrocchiale di San Martino dipende pure la chiesa della confraternita di San Rocco. In realtà le vicende storico monumentali che ruotano attorno a questa istituzione si dispongono lungo l'arco di più secoli, dal XVII al XIX e riguardano un complesso di edifici di ampie proporzioni, su cui convergono gli interessi di un altro ente ecclesiastico, l'ordine carmelitano.
Gli anni che seguono la grande peste del 1629-31 riguardano la prima iniziativa, assunta dalla comunità locale di istituire una compagnia ed erigere una cappella intitolata al santo: questa fase, secondo il Casalis, si può dire conclusa con l'approvazione ufficiale contenuta nel decreto di mon. Bergera del 1651. Intanto, con la soppressione dei "conventini", ordinata da papa Urbano VIII nel 1632, un piccolo nucleo di Carmelitani calzati, che si era stabilito intorno al 1509-11 fuori dall'abitato rivolese con un propio convento e cappella, trasmigra nel centro, trovandovi ospitalità e prendendo a celebrare nella cappella di San Rocco, che viene rapidamente completata, grazie al contributo, ci informano Beppe Castiglione e Domenico Tavolada, del padre Ajmo, superiore del convento carmelitano e di famiglia agiata. Le pretese avanzate sulla cappella dai carmelitani ai danni della compagnia portano ad una rottura tra le due istituzioni. I carmelitani prendono a celebrare separatamente in una propria cappella e risiedono nel nuovo convento, completato nei decenni centrale della seconda metà  del XVII secolo. Alcuni legati tardo seicenteschi e l'azione di promozione della Congregazione di Carità dal 1719 avviano una serie di iniziative piuttosto disgregate che stanno alle origini dell'istituzione ottocentesca dell'ospedale. Con la soppressione del convento l'edificio fu ristrutturato su disegni dell'ing. Talucchi e funzionalizzato a quello scopo; ora è sede del Museo della Stampa.
La cappella di san Rocco fu dotata di atrio nel 1766, mentre il coro fu completato solo nel 1826; la cancellata che racchiude il porticato è invece, opera locale del 1884. All'interno spiccano, tra i numerosi arredi, per lo più di primo ottocento, della confraternita, come la statua processionale del santo, il coro ligneo, la cantoria e la cassa dell'organo, alcuni dipinti: la grande pala dell'altare maggiore, tardo seicentesca, caratterizzata in senso sqisitamente devozionale ed agiografico da una serie di riquadri, a contorno dell'immagine del santo, con episodi edificanti della sua vita; sulla parete del coro, in posizione laterale sono appese due importnati tele seicentesche, di provenienza ignota, raffirgurnti la "Visione di San Gerolamo e il Martirio di San Bartolomeo."

Il Crocifisso del gruppo settecentesco conservato nella prima cappella destra della chiesa di San Martino

La statuetta Barocca di Santa Lucia fa coppia con quella di Sant'Agnese nella prima cappella sinistra della chiesa di San Martino