|
IN
RIVOLI INSIEME ITINERARI
TURISTICI |
Parrocchia di San Martino
Il
trasferimento della chiesa parrocchiale di San Martino ai Campi nell'attuale
localizzazione, in prossimità dell'area collinare, che la storiografia recente,
in gran parte dipendente dalla Relazione del sacerdote Sassi, data all'inizio
del XIII secolo, sembra confermabile sulla base dei pur tenui indizi monumentali
che consentono di riferire approssimativamente a quel monumento le superstiti
strutture di base del campanile. Non è, però, accertabile se il cambiamento di
sede si avvalesse di un edificio preesistente, anche se pare certo che l'area
fosse già oggetto di plurisecolari insediamenti, se si tiene conto che non
mancano ricordi legati a reperti di età romana. Ancora il campanile ci aiuta a
rintracciare un secondo momento, databile oltre la metà del XIV secolo e
corrispondente ai piani intermedi della costruzione, completata solo nel
1808 con l'attuale cella campanaria; le memorie paiono avvalorare questa
indicazione, poiché riportano la notizia di un intervento di riedificazione e
di ampliamento della primitiva cappella, a cura del priore Andrea Comba. Non
sappiamo, però, nulla di questa fase di ricostruzione, né di eventuali
successivi interventi di restauro o di ampliamento: nel 1584 non doveva essere
in buone condizioni, nel 1610 monsignor Broglia ne operava la permuta con la
parrocchiale di Cavoretto, sulla collina torinese, dipendente dall'abbazia di
Rivalta; solo nel 1763 si provvede ad un nuova sacrestia, quando già l'edificio
versa in cattive condizioni. In questi anni (1773) è dotato di una decina di
altari tra i quali vanno ricordati, oltre l'altare maggiore, quelli di San
Giovanni Nepomuceno, di Santa Lucia e di Santa Teresa, a destra, di San Giuseppe
e di Gesù Crocifisso a sinistra. La dedizione del nuovo priore, Giacomo Sassi,
risulta premiata a partire dal 1786, data in cui hanno luogo le prime opere di
rifacimento, quando cioè, in seguito a ripetute istanze, scartato il progetto
predisposto dall'architetto Bonvicino, l'ufficio dell'Economato Generale di
Stato gli preferisce il disegno dell'architetto Giacomo Maria Contini. In realtà,
sottolinea il Casalis, la responsabilità della progettazione della chiesa
spetta al giovane collaboratore del Contini, il "soprastante"
Menafoglio, cui si deve una non indifferente sensibilità nei confronti delle
novità, che lo inducono, come commenta Mallè, a soluzioni pregevoli
contrassegnate da un "anticipo di gusto impero".
L'appassionato
coinvolgimento nell'impresa della popolazione e delle famiglie più influenti
del borgo favorisce la conclusione dei lavori nel 1788 e la nuova chiesa risulta
composta di quattro altari laterali, oltre all'altare maggiore dedicato al santo
titolare: quelli della Consolata e dell'Annunciazione a sinistra, gli altri del
Crocifisso e di San Giovanni Nepomuceno a destra. L'esterno
dalla pura essenzialità del cotto e delle rare modanature contrasta con il sapiente
repertorio delle strutture e decorazioni interne tutte contenute in un
articolatissimo gioco di alternanze del modulo lineare retto e curvilineo.
L'asse principale, ingresso-coro, sottolinea la ritmica frammentazione in pianta
del fluire delle pareti laterali verso l'altare maggiore, scandita dalla discesa
di fasce di lesene modanate ad angolo retto in corrispondenza dei pilastri
emergenti dalle cavità delle cappelle laterali. In alto, all'imposta delle
volte che piegano in curvatura i motivi sottostanti, un'ampia fascia
orizzontale, articolata in minute cornici, lega tutto l'invaso della chiesa
raccordandosi al fondo con il timpano che sovrasta l'incorniciatura dell'icona
maggiore. La veduta interna laterale completa la precedente creando un percorso
perpendicolare, alternativo e minore, centrato da un vano luminoso a volume
parallelepipedo, delimitato sulla fronte dal motivo delle colonne e
dell'architrave e simmetricamente commentato ai lati dalle cavità più scure e
voltate ad arco delle cappelle secondarie. Al primo altare a sinistra
incontriamo sia la pala dell'Annunciata che la Relazione di Giacomo Sassi data
al 1790; nel secondo spazio, alla parete sinistra una Vergine Immacolata
ed Angeli del 1868 di Francesco Gonin; nella successiva cappella si conservano
due interessantissime statue di primo settecento, Santa Lucia e Sant'Agnese,
quasi certamente appartenenti agli arredi della precedente chiesa. L'area
presbiteriale è dominata dall'altare maggiore proveniente dalla chiesa
certosina di San Massimo e San Lorenzo di Collegno: la complessa macchina
d'altare settecentesca, collocata qui nel 1806, ricca di intarsi marmorei
policromi, applicazioni in bronzo dorato e sculture in marmo bianco, per essere
valutata compiutamente va idealmente ricollegata al suo ambiente di origine,
accanto alle numerose opere di Stefano Maria Clemente di cui il tempio
collegnese è un vero e proprio museo.
Dietro all'altare, sopra l'elegante coro ligneo intarsiato si eleva l'icona di
San Martino; il santo rappresentato entro un trionfo di angeli, si innalza nel
cielo di un paesaggio valsusino entro cui spicca una veduta di Rivoli con il suo
castello.
L'opera fu dipinta da Gerolamo Gherzi nel 1697 e apparteneva alla vecchia
chiesa, come accade anche per il portale, datato 1734.
Per
la sacrestia, forse già eretta precedentemente alla ricostruzione della chiesa,
il successore di Giacomo Sassi, il priore Stefano Alisio di Cavour,
parroco dal 1810 al 1846, commissionò allo scultore torinese Francesco Bolgè
una compostissima armadiatura in noce, che venne eseguita tra il 1820 e il 1825.
Il lato destro della navata conserva al primo altare, rientrando in chiesa dalla
sacrestia, un gruppo di primo settecento con il Crocifisso, la Madonna e San
Giovanni; troviamo quindi anche un Riposo in Egitto, che il Bartoli attribuisce
al pittore beaumontiano Mattia Franceschini insieme alla tela che fa da icona
all'altro altare, intitolato a San Giovanni Nepomuceno; di una terza tela,
sempre riferita a Franceschini, con Santa Teresa, probabile icona dell'omonimo
altare ricordato nel 1773, non c'è più traccia.
Dalla parrocchia di San Martino dipesero a lungo anche le cappelle della
concezione della Vergine di Corbiglia e la Madonna delle Grazie della borgata
Tetti Neirotti; in quest'ultima, in particolare, continua a dimensione quasi
familiare il culto del beato demenicano Antonio Neirotti. La chiesetta
ottocentesca è il risultato di numerosi rimaneggiamenti attorno al pilone della
Madonna delle Grazie, su cui compare un affresco di probabile iconografia
cinquecentesca, ora poco leggibile qer le estese ridipinture; alla parete
sinistra
una tela centinata settecentesca rappresenta una Madonna con Bambino ai cui
piedi è raffigurata la Scena della lapidazione del Beato Antonio; forse
l'opera, concepita come icona d'altare, è da porre in relazione
all'evento della beatificazione che data al 1767 e potrebbe provenire dalla
Collegiata alta dopo il rifacimento della cappiilla nel 1867. Dal distretto
parrocchiale di San Martino dipende pure la chiesa della confraternita di San
Rocco. In realtà le vicende storico monumentali che ruotano attorno a questa
istituzione si dispongono lungo l'arco di più secoli, dal XVII al XIX e
riguardano un complesso di edifici di ampie proporzioni, su cui convergono gli
interessi di un altro ente ecclesiastico, l'ordine carmelitano.
Gli anni che seguono la grande peste del 1629-31 riguardano la prima iniziativa,
assunta dalla comunità locale di istituire una compagnia ed erigere una
cappella intitolata al santo: questa fase, secondo il Casalis, si può dire
conclusa con l'approvazione ufficiale contenuta nel decreto di mon. Bergera del
1651. Intanto, con la soppressione dei "conventini", ordinata da papa
Urbano VIII nel 1632, un piccolo nucleo di Carmelitani calzati, che si era
stabilito intorno al 1509-11 fuori dall'abitato rivolese con un propio convento
e cappella, trasmigra nel centro, trovandovi ospitalità e prendendo a celebrare
nella cappella di San Rocco, che viene rapidamente completata, grazie al
contributo, ci informano Beppe Castiglione e Domenico Tavolada, del padre Ajmo,
superiore del convento carmelitano e di famiglia agiata. Le pretese avanzate
sulla cappella dai carmelitani ai danni della compagnia portano ad una rottura
tra le due istituzioni. I carmelitani prendono a celebrare separatamente in una
propria cappella e risiedono nel nuovo convento, completato nei decenni centrale
della seconda metà del XVII secolo. Alcuni legati tardo seicenteschi e
l'azione di promozione della Congregazione di Carità dal 1719 avviano una serie
di iniziative piuttosto disgregate che stanno alle origini dell'istituzione
ottocentesca dell'ospedale. Con la soppressione del convento l'edificio fu
ristrutturato su disegni dell'ing. Talucchi e funzionalizzato a quello scopo;
ora è sede del Museo della Stampa.
La cappella di san Rocco fu dotata di atrio nel 1766, mentre il coro fu
completato solo nel 1826; la cancellata che racchiude il porticato è invece,
opera locale del 1884. All'interno spiccano, tra i numerosi arredi, per lo più
di primo ottocento, della confraternita, come la statua processionale del santo,
il coro ligneo, la cantoria e la cassa dell'organo, alcuni dipinti: la grande
pala dell'altare maggiore, tardo seicentesca, caratterizzata in senso
sqisitamente devozionale ed agiografico da una serie di riquadri, a contorno
dell'immagine del santo, con episodi edificanti della sua vita; sulla parete del
coro, in posizione laterale sono appese due importnati tele seicentesche, di
provenienza ignota, raffirgurnti la "Visione di San Gerolamo e il Martirio
di San Bartolomeo."
Il Crocifisso del gruppo settecentesco conservato nella prima cappella destra
della chiesa di San Martino
La statuetta Barocca di Santa Lucia fa coppia con quella di Sant'Agnese nella
prima cappella sinistra della chiesa di San Martino
|